Letture civili

Lc 8 – Neoliberismo e crisi

Due cose lasceremo ai nostri figli: questa terra e questa società. Come gliele vogliamo lasciare?

 

Care amiche e cari amici,

volevo presentarvi questi libri come omaggio per le feste di natale-capodanno, ma… Vi prego di accettarlo anche se in ritardo!

 

1.- TONY JUDT: Guasto è il mondo. Laterza 2011.

Brevi citazioni dal testo:

“C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel nostro modo di vivere, oggi. Per trent’anni abbiamo trasformato in virtù il perseguimento dell’interesse materiale personale: anzi, ormai questo è l’unico scopo collettivo che ancora ci rimane. Sappiamo quanto costano le cose, a non quanto volgono. Non ci chiediamo più, di una sentenza di tribunale o di una legge, se sia buona, se sia equa, se sia giusta, se sia corretta, se contribuirà a rendere migliore la società o il mondo. Erano queste, un tempo, le domande politiche per eccellenza, anche se non era facile dare una risposta. Dobbiamo reimparare a porci queste domande.

Il materialismo e l’egoismo della vita contemporanea non sono aspetti intrinseci della condizione umana”. (p.3)

“Anche quando esistono differenze marcate nei programmi dei principali partiti, queste vengono presentate come versioni diverse di un unnico obiettivo. E’ diventato un luogo comune dire che vogliamo tutti la stessa cosa e abbiamo solo modi leggermente diver4si per giungere ad essa.

Ma è semplicemente falso. I ricchi non vogliono le stesse cose che vogliono i poveri. Chi dipende dal posto di lavoro per la proprio sussistenza non vuole le stesse cose di chi vive di investimenti e dividendi. Chi non ha bisogno di servizi pubblici (perché può comprare trasporti, istruzione e protezione sul mercato privato) non cerca le stesse cose di chi dipende esclusivamente dal settore pubblico. Chi trae beneficio dalla guerra (materialmente, con gli appalti della difesa, o ideologicamente) ha obiettivi diversi da chi è contrario alla guerra”. (p.122)

“Mai, dalla fine della seconda guerra mondiale, siamo stati così poco sicuri dei nostri fini collettivi, della salute dell’ambiente o della nostra sicurezza personale. Non abbiamo idea di che tipo di pianeta lasceremo ai nostri figli, ma non possiamo più cullarci nell’illusione che assomiglierà al nostro”. (p.156)

“La società, scriveva (Edmund Burke), non è solo una associazione ‘tra quelli che sono viventi in un determinato tempo, bensì tra i viventi e i trapassati, ed anche tra questi e i nascituri’”. (p.67)

“Nello scrivere questo libro spero di aver offerto qualche indicazione utile per chi (specialmente i giovani) cerca di dare una forma organica alle proprie obiezioni al nostro modo di vivere. Ma non è sufficiente. In quanto cittadini di una società libera, abbiamo il dovere di guardare con occhio critico al nostro mondo. Ma se pensiamo di sapere che cosa non va, dobbiamo ‘agire’ di conseguenza. I filosofi, ha detto qualcuno, sinora si sono limitati a interpretare il mondo in vari modi: ora si tratta di trasformarlo”. (p.170)

 

Una recensione fra tante su internet:

È uno di quei libri semplici, voglio dire che non c’è scritto niente che una persona informata già non sappia. Ma nella sua semplicità ha il massimo dei pregi: mette insieme dati conosciuti in modo tale che l’intero quadro di colpo diventa più chiaro. Finalmente si capisce quale orribile società abbiamo messo in piedi. Parlo di Guasto è il mondo, di Tony Judt. Nato a Londra da una famiglia di ebrei laici, Judt ha insegnato soprattutto negli Stati Uniti, a New York è morto (a 62 anni) nell’agosto scorso. Tra tutti i suoi libri (pubblicati in Italia da Laterza e Mondadori), questo è il più scopertamente politico; uso l’aggettivo nel doppio senso che può assumere: il saggio contiene una possibile visione del mondo ma anche una requisitoria forte e indignata per come il mondo è stato “guastato”. Il titolo originale è Ill Fares the Land, a mio modesto parere il titolo italiano è più bello.

La tesi di fondo è che gli ideali e la volontà di costruire una società socialmente coesa, prevalenti in Occidente nel dopoguerra, sono stati colpevolmente lasciati cadere. Per qualche decennio, hanno fatto da guida gli ideali keynesiani di un mercato temperato dall’intervento dello Stato. Judt non ha paura di scoprire le sue intenzioni: “Le migliori leggi e le migliori politiche sociali adottate dall’America nel corso del XX secolo” scrive “corrispondono in gran parte a ciò che gli europei chiamano socialdemocrazia”. Poi qualcosa si è rotto: “Dovunque ti girassi” aggiunge Judt, “trovavi un economista o un “esperto” che decantava le virtù della deregolamentazione, dello Stato minimo e delle tasse basse”. L’abbiamo sentita cantare anche noi questa canzone e abbiamo visto i risultati. Il mercato lasciato a se stesso, senza o con meno controlli, ha divorato se stesso; gli appetiti personali sono diventati di colpo coraggiose virtù; la diseguaglianza s’è diffusa; la finanza, non più il lavoro e la produzione, è diventata la risorsa prima dell’economia. E alla fine è arrivato il conto da pagare, salatissimo.

Nonostante il disastro, per paradosso, i partiti di centrosinistra in Europa appaiono in regresso. La parte positiva del saggio è dedicata a questo: la necessità che una visione socialdemocratica torni, in veste aggiornata, a governare i processi economici.

 

2.- LUCIANO GALLINO: La lotta di classe dopo la lotta di classe. Laterza 2012

– la povertà e la ricchezza sono il risultato di processi di impoverimento e di arricchimento; ecco una analisi di questi processi e dei loro protagonisti.

 

Dalla prefazione:

”Caso la lettrice o il lettore non lo sapessero, il maggior problema dell’Unione europea è il debito pubblico. Abbiamo vissuto troppo a lungo al di sopra dei nostri mezzi. Sono le pensioni a scavare voragini nel bilancio dello Stato. Agevolare i licenziamenti crea occupazione.La funzione dei sindacati si è esaurita:sono residui ottocenteschi. I mercati provvedono a far affluire capitale e lavoro dove è massima la loro utilità collettiva. Il privato è più efficiente del pubblico in ogni settore: acqua, trasporti, scuola, previdenza, sanità. E’ la globalizzazione che impone la moderazione salariale. Infine le classi sociali non esistono più”.(p.V)

“… bisognerebbe capire come mai tale repertorio di idee ricevute risulti del tutto impermeabile alla realtà. E certo non da oggi. Infatti, a dispetto della unanimità di cui godono, non una delle suddette idee – al pari di dozzine di altre della stessa genìa che dobbiamo qui tralasciare – ha un fondamento qualsiasi di ragionevole solidità”. (p.VI)

 

Dalle numerose recensioni su internet:

1) La caratteristica saliente della lotta di classe alla nostra epoca è questa: la classe di quelli che possiamo definire genericamente i vincitori sta conducendo una tenace lotta di classe contro la classe dei perdenti. Dagli anni Ottanta, la lotta che era stata condotta dal basso per migliorare il proprio destino ha ceduto il posto a una lotta condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere che erano stati in qualche misura erosi nel trentennio precedente. Questo è il mondo del lavoro nel XXI secolo, così è cambiata la fisionomia delle classi sociali, queste sono le norme e le leggi volute dalla classe dominante per rafforzare la propria posizione e difendere i propri interessi. L’armatura ideologica che sta dietro queste politiche è quella del neoliberalismo, teoria generale che ha dato un grande contributo alla finanziarizzazione del mondo e che ha avuto una presa tale da restare praticamente immutata nonostante le clamorose smentite cui la realtà l’ha esposta. La competitività che tale teoria invoca e i costi che la competitività impone ai lavoratori costituiscono una delle forme assunte dalla lotta di classe ai giorni nostri. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: aumento delle disuguaglianze, marcata redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto, politiche di austerità che minano alla base il modello sociale europeo.

2) Un bel libro in cui il filosofo sostiene che la lotta di classe non si è mai fermata, perché non c’è solo quella dal basso verso l’alto, delle classi popolari contro le classi dominanti, ma anche quella dall’alto verso il basso, delle seconde contro le prime. E partire dagli anni 1980 la lotta di classe dall’alto si è scatenata, e malauguratamente ha vinto. Ha vinto finanziarizzando l’economia, delocalizzando, mettendo i lavoratori del Nord del mondo contro quelli del Sud, producendo guadagni mostruosi per pochi e facendo pagare ad altri le dissennatezze del sistema. E soprattutto ha vinto «culturalmente»: Gallino analizza con lucidità sconsolata la pochezza a cui si sono ridotte, in Europa e in America, le forze politico-sindacali che si autodefiniscono di sinistra e dovrebbero di conseguenza contrapporsi alla religione neoliberista. Ritornerà in un futuro non lontano la lotta di classe dal basso verso l’alto? Gallino è tutt’altro che ottimista, e a ragione, con i chiari di luna del momento. Indica la necessità e la speranza di un incontro tra i movimenti di controtendenza che pure ci sono e i partiti politici che dovrebbero rappresentarli e che per il momento sono invece prigionieri della religione unica planetaria della globalizzazione. E indica soprattutto il bisogno di una emancipazione dal pensiero unico, la ricostruzione di un pensiero e un’analisi che ritessano le fila di un discorso sociale all’altezza delle necessità delle classi popolari, in termini innanzitutto di idea di società alla quale si aspira. Il bisogno, se si vuole, di una «emancipazione cognitiva», che rompa le catene dalla «cattura». Serge Latouche, il padre della decrescita, parla di «decolonizzazione dell’immaginario»: c’è da sperare che nei tempi a venire questi processi di liberazione crescano e si incontrino.

 

3.- COLIN CROUCH: Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo. Laterza 2012

– testo accessibile anche ai non esperti; i concetti e i problemi sono esposti in maniera semplice, graduale, direi didattica.

– i problemi economici sono come il sangue che circola nella società, sono contemporaneamente macro e micro, transnazionali e individuali; tutti ne siamo partecipi e protagonisti.

– le teorie e gli eventi economici interferiscono con la politica, soprattutto con la democrazia.

– i protagonisti degli eventi economici non sono solamente Stato e Mercato, sono Stato, Mercato, Imprese giganti, Società civile.

– la società civile può/deve esprimere valori che interferiscono con l’economia.

– ogni volta che comperiamo un prodotto (sia esso alimentare, culturale o finanziario), noi votiamo (con significato sia economico che democratico).

 

Dalla prefazione:

“Il crollo finanziario del 2008-2009 è parso mettere in crisi il sistema di idee economiche che dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso è stato dominante nel mondo occidentale e in molte altre parti del pianeta, generalmente compendiato nel termine ‘neoliberismo’. Termine che comprende numerosi filoni e ‘marchi’, accomunati da un’idea di fondo: che la libertà dei mercati (dei luoghi, cioè, in cui gli individui massimizzzano i propri interessi materiali) sia il messo migliore per appagare le aspirazioni dell’uomo, e che i mercati siano sempre preferibili agli Stati e alla politica, i quali nel migliore dei casi sono inefficienti, nel peggiore mettono a repentaglio la libertà”. (p.I della prefazione)

 

Qualche recensione fra le tante su internet:

1) La crisi finanziaria del 2008-2009, ben lungi dal porre in dubbio il ruolo nella società contemporanea dei giganti aziendali, e specialmente di quelli del settore finanziario, non ha fatto altro che accrescerne il potere. Chi ha avuto una fiducia incondizionata nel ruolo del mercato nelle economie avanzate sarebbe dovuto essere spazzato via. Al contrario, nonostante la crisi il neoliberismo non è morto e non sarà sconfitto da questa sfida. La ragione è che anche se sembra essere costituito dal libero mercato, in pratica il neoliberismo è il dominio delle multinazionali sulla vita pubblica. Un dominio che è stato intensificato, non controllato, dalla crisi finanziaria e dalla comune accettazione che alcune società sono ‘troppo grandi per fallire’. Eppure il dibattito politico resta concentrato sui conflitti tra il mercato e lo stato, senza sottolineare che il loro ruolo è spesso minato dal potere delle grandi imprese e dalla mancata concorrenza. Diversi fattori hanno portato a questa situazione, tra cui il potere delle lobby le cui donazioni sono di crescente importanza per i politici e i partiti; l’indebolimento delle forze di imprese concorrenti con le grandi capaci di modellare e dominare i mercati; il potere sulla politica esercitato da società i cui contratti per i servizi pubblici offrono rapporti privilegiati con il governo.

2) Il potere delle imprese e la democrazia a rischio. La crisi devastante che ha travolto le banche e le economie occidentali avrebbe dovuto portare con sé le dottrine economiche egemoni degli ultimi venti anni (il neoliberismo). Non è stato così. Perché?, si domanda Colin Crouch in questo saggio denso e polemico. La sua risposta è che le teorie neoliberiste sono funzionali al potere di un’entità che pesa sempre più nella vita delle democrazie: l’impresa gigante. Nella dialettica fra stato e mercato si è inserito questo terzo protagonista che occupa con prepotenza spazi che dovrebbero invece essere riservati agli altri due. Attraverso le lobby influenza in modo decisivo le decisioni politiche e con pratiche monopolistiche riduce di molto la concorrenza e le libere scelte dei cittadini-consumatori. Già nel suo fortunato libro Postdemocrazia Crouch aveva messo a fuoco i fenomeni che mettono a rischio le società democratiche, e per essere tali le libere elezioni sono elemento necessario ma non sufficiente. I partiti di sinistra e i movimenti della società civile globalizzata dovrebbero fare argine contro lo strapotere delle megaimprese. L’opera non è affatto semplice, ma la diagnosi esatta di Crouch può essere un buon inizio.

3) Le grandi imprese perseguendo i propri interessi interferiscono pesantemente nei processi democratici. Il che è un problema non solo per la democrazia, ma soprattutto per il mercato.

4) C’è un giallo da risolvere: spiegare la ‘strana’ mancata morte del neoliberismo. «Al cuore dell’enigma c’è il fatto che il neoliberismo realmente esistente è meno favorevole di quanto dica di essere alla libertà dei mercati. Esso, al contrario, promuove il predominio delle imprese giganti nell’ambito della vita pubblica. La contrapposizione tra Stato e mercato, che in molte società sembra essere il tema di fondo del conflitto politico, occulta l’esistenza di questa terza forza, più potente delle altre due e capace di modificarne il funzionamento. Agli inizi del ventunesimo secolo la politica, proseguendo una tendenza iniziata già nel Novecento e accentuata dalla crisi, non è affatto imperniata sullo scontro tra questi tre soggetti, ma su una serie di confortevoli accomodamenti tra di loro».

5) Forse non c’è bisogno di essere vetero comunisti con il bambino appena digerito per affermare che pur colpiti, più o meno duramente o meglio più o meno direttamente, dalla crisi economica covavamo  almeno la speranza di vedere espulse dall’orizzonte  le logiche neoliberiste genitrici della situazione.

E invece la crisi finanziaria che ha riguardato in primis le banche e i loro comportamenti si prova a risolverla con un definitivo ridimensionamento del welfare state e della spesa pubblica.

Elementare Watson, direbbe l’arguto Sherlock Holmes.

Invece un suo connazionale Colin Crouch, professore e studioso di Sociologia Economica (definizione per farla breve) dice un’altra cosa anch’essa piuttosto elementare: ci attardiamo a ragionare sullo scontro tra Stato e Mercato, ma le imprese giganti alimentate dalla egemonia  neoliberale se ne fregano sia del libero mercato sia dei vincoli statuali, o meglio non che se ne freghino, semplicemente sono più potenti e riescono a influenzare le scelte delle altre due forze modificandone  a proprio vantaggio il funzionamento.

E’ una tesi forte quella di Crouch: bisogna distinguere molto attentamente l’idea di Mercato dal ruolo delle imprese giganti che vi operano.

Nella discussione politica siamo portati ad accomunarli ma il saggio del professore inglese ci apre definitivamente gli occhi.

Quelle che erano le tesi liberali (liberali non kommuniste) sulla reale concorrenza tra le imprese, sulla funzione sociale dell’impresa sono state spazzate via dall’ordalia neoliberale per la quale fine unico dell’attività imprenditoriale è la massimizzazione del profitto dell’azionista. Si comprende bene come qualsiasi altro obiettivo (sociale) possa essere letto come ostacolo al raggiungimento della maggiore efficienza possibile.

Dice Crouch che questo libro è per chi in cuor suo sa che questo è il mondo in cui gli tocca vivere e vorrebbe poterlo fare un po’ meglio di quanto sia ora: quindi niente speranze e/o soluzioni palingenetiche, salvifiche, definitive.

Per questo ciò che l’autore auspica è un maggiore protagonismo di quella che definisce società civile, ponendo al suo interno anche soggetti sociali non indifferenti come le Chiese.

Noi in Italia con il concetto di Società Civile un po’ ci siamo già scottati, quando di volta in volta, di scandalo in scandalo, la invochiamo come se fosse un insieme di angeli sterminatori un po’ pigri e un po’ distratti visto che nella loro attività non si dedicano anima e cuore alla liberazione del Bel Paese  da tutti i malfattori che lo soffocano.

Crouch questo lo sa, avendo tra l’altro lavorato diversi anni nel nostro paese, e lo ricorda quando dice che in linea di principio, le organizzazioni che potrebbero fa parte di questo coacervo non meritano più fiducia delle altre appartenenti ai tre soggetti in combutta (stato, mercato, e grandi imprese), ma nonostante ciò sono in grado di garantire un pluralismo che difficilmente può essere totalmente controllato o represso. Tanto più se all’interno del nostro singolo operare l’impegno professionale è volto a dare qualità etica al processo decisionale della società.

Non ci sembra fuori luogo concludere con questa citazione di un autore italiano del primo novecento che appare così necessaria a dare alle idee di Crouch le chances che meritano.

 

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