milleanni non è mai

Venezuela e Art.11

pace3016-997/2

Tutti noi adulti siamo anche genitori.

Due cose lasceremo ai nostri figli: questa terra e questa società.

Come gliele vogliamo lasciare?

 

 

Care amiche e Cari amici,

vi inoltro il seguente articolo affinchè, se non lo conoscete già, abbiate la possibilità di integrare la narrazione pubblica-mediatica, nonchè politica-dominante, su ciò che sta accadendo in Venezuela con informazioni attendibili e necessarie per comprenderne le premesse. Ciò che accade oggi non inizia oggi!

Mi sono permesso di evidenziare in corsivo alcuni concetti che ritengo fondamentali per la comprensione della situazione descritta.

 

 

“Io, ex vicesegretario dell’Onu vi spiego il grande imbroglio della crisi in Venezuela, tra Wall Street e petrolio”

 

di Pino Arlacchi*
Se c’è una lezione che si impara dirigendo una grande organizzazione internazionale come l’Onu è che, nelle cose del mondo, la verità dei fatti raramente coincide con la sua versione ufficiale. Le idee dominanti – come diceva il vecchio Marx – restano quelle della classe dominante. E il caso del Venezuela di questi giorni si configura appunto nei termini di una gigantesca truffa informativa volta a coprire la sopraffazione di un popolo e la spoliazione di una nazione.
Il principale mito da sfatare riguarda le cause di fondo del dramma venezuelano. I media occidentali non hanno avuto dubbi nell’additare gli esecutivi succedutisi al potere dopo l’elezione del “dittatore” Chávez alla presidenza nel 1998 come unici responsabili della crisi, nascondendone la matrice di gran lunga più importante: le barbare sanzioni americane contro il Venezuela decise da Obama nel 2015 e inasprite da Trump nel 2017 e nel 2018.
Spese sociali mai così alte. La “dittatura” di Chávez, confermata da 4 elezioni presidenziali e 14 referendum e consultazioni nazionali successive, è stata condotta sotto il segno di uno strappo radicale con la storia passata del Venezuela: i proventi del petrolio sono stati in massima parte redistribuiti alla popolazione invece che intascati dall’oligarchia locale e imboscati nelle banche degli Stati Uniti.
Nonostante Chávez abbia commesso vari errori di malgoverno e corruzione tipici del populismo di sinistra – errori confermati in seguito dal più debole Maduro – sotto la sua presidenza le spese sociali hanno raggiunto il 70% del bilancio dello Stato, il Pil pro capite è più che triplicato in poco più di 10 anni, la povertà è passata dal 40 al 7%, la mortalità infantile si è dimezzata, la malnutrizione è diminuita dal 21 al 5%, l’analfabetismo è stato azzerato e il coefficiente Gini di disuguaglianza è sceso al livello più basso dell’America Latina (dati Fmi, Undp e Banca Mondiale).
Ma la sfida più temeraria lanciata dal Venezuela “socialista” è stata quella contro l’egemonia del dollaro. L’economia ha iniziato a essere de-dollarizzata favorendo investimenti non statunitensi, tentando di non farsi pagare in dollari le esportazioni, e creando il Sucre, un sistema di scambi finanziari regionali basato su una cripto-moneta, il Petro, detenuta dalle banche centrali delle nazioni in affari col Venezuela come unità di conto e mezzo di pagamento. Il tempo della resa dei conti con il Grande Fratello è arrivato perciò molto presto. Molti hanno evocato lo spettro del Cile di Allende di 30 anni prima.
Ma il Venezuela di oggi è preda ancora più consistente del Cile. Dopo la Russia, è il Paese più ricco di risorse naturali del pianeta: primo produttore mondiale di petrolio e gas, secondo produttore di oro, e tra i maggiori di ferro, bauxite, cobalto e altri. Collocato a tre ore di volo da Miami, e con 32 milioni di abitanti. Poco indebitato, e capace di fondare una banca dello sviluppo, il Banco do Sur, in grado di sostituire Banca Mondiale e Fondo monetario come sorgente più equa di credito per il continente latinoamericano.
     È per queste ragioni che la “cura cilena” è inizialmente fallita. Il tentato golpe anti-chavista del 2002 e le manifestazioni violente di un’opposizione divenuta eversiva e anti-nazionale, si sono scontrati con un esecutivo che vinceva comunque un’elezione dopo l’altra. Perché anche i poveri, dopotutto, votano. L’occasione per chiudere la partita si è presentata con la morte di Chávez nel 2013 e il crollo del prezzo del petrolio iniziato nel 2015.

La strategia delle sanzioni
La raffica di sanzioni emesse l’anno dopo con il pretesto che il Venezuela fosse una minaccia alla sicurezza nazionale degli Usa mettono in ginocchio il Paese. Il Venezuela viene espulso dai mercati finanziari internazionali e messo nelle condizioni di non poter più usare i proventi del petrolio per pagare le importazioni. Quasi tutto ciò che entra in un’economia che produce poco al di fuori degli idrocarburi deve essere pagato in dollari contanti. E le sanzioni impediscono, appunto, l’uso del dollaro. I fondi del governo depositati negli Usa vengono congelati o sequestrati. I canali di rifinanziamento e di rinegoziazione del modesto debito estero del Venezuela vengono chiusi. Gli interessi sul debito schizzano in alto perché le agenzie di rating al servizio di Washington portano il rischio paese a cifre inverosimili, più alte di quelle della Siria. Nel 2015 lo spread del Venezuela è di 2 mila punti, per raggiungere e superare i 6 mila nel 2017.
Gli economisti del centro studi Celag hanno quantificato in 68,6 miliardi di dollari, il 34% del Pil l’extra costo del debito venezuelano tra il 2014 e il 2017. Ma il più micidiale degli effetti del blocco finanziario del Venezuela è il rifiuto delle principali banche internazionali, sotto scacco americano, di trattare le transazioni connesse alle importazioni di beni vitali come il cibo, le medicine, i prodotti igienici e gli strumenti indispensabili per il funzionamento dell’apparato produttivo e dei trasporti. Gli ospedali venezuelani restano senza insulina e trattamenti antimalarici. I porti del paese vengono dichiarati porti di guerra, portando alle stelle le tariffe dell’import-export. Il valore delle importazioni crolla da 60 miliardi di dollari nel 2011-2013 a 12 miliardi nel 2017, portandosi dietro il tonfo del 50% del Pil.

Le banche di Wall Street
I beni che riescono comunque a essere importati vengono accaparrati e rivenduti di contrabbando dagli oligopoli dell’industria alimentare che dominano il settore privato dell’economia venezuelana. La stessa delinquenza di alto livello che tira le fila del sabotaggio del Clap, il piano di emergenza alimentare del governo che soccorre 6 milioni di famiglie. È stato calcolato che tra il 2013 e il 2017 l’aggressione finanziaria al Venezuela è costata tra il 110 e il 160% del suo Pil, cioè tra i 245 e i 350 miliardi di dollari. Senza le sanzioni, l’economia del Venezuela, invece di dimezzarsi, si sarebbe sviluppata agli stessi tassi dell’Argentina.
Durante il 2018 si sviluppa in Venezuela una crisi umanitaria interamente indotta. Che si accompagna a un’iperinflazione altrettanto fasulla, senza basi nei fondamentali dell’economia, determinata da un attacco del mercato nero del dollaro alla moneta nazionale riconducibile alle 6 maggiori banche d’affari di Wall Street.
     È per questo che il rapporto dell’esperto Onu che ha visitato il Venezuela nel 2017, Alfred De Zayas (di cui non avete mai sentito parlare ma che contiene buona parte dei dati fin qui citati), propone il deferimento degli Stati Uniti alla Corte Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità perpetrati in Venezuela dopo il 2015.

*Vicesegretario Generale dell’Onu dal 1997 al 2002

Tratto daIl Fatto Quotidiano del 27 Febbraio 2019

Pubblicato: 01 Marzo 2019

http://www.antimafiaduemila.com/home/opinioni/236-societa/73591-io-ex-vicesegretario-dell-onu-vi-spiego-il-grande-imbroglio-della-crisi-in-venezuela-tra-wall-street-e-petrolio.html?fbclid=IwAR1t9SHd_napb3-aM38HWa3zxwC9rK6gXyz2CKY3vcLr6wvsBkda8Od0G-k

 

A integrazione di quanto sopra potete leggere anche il seguente articolo di Roberta Errico: Il nuovo petrolio è il coltan e il Venezuela ne è pieno.

http://www.rrrquarrata.it/www/il-nuovo-petrolio-e-il-coltan-e-il-venezuela-ne-e-pieno-di-roberta-errico/

 

 

 

Care amiche e Cari amici,

le informazioni esposte sopra mi richiamano alla memoria altri fatti drammatici. Alcuni recenti: anche Libia e Iraq erano nazioni leader nel loro contesto geo-politico ed economico; anche loro erano ricche di risorse naturali appetibili alle nazioni dominanti; anche loro avevano aperto una competizione con il dollaro! E che dire di Iran, Ucraina e Siria? E altri più lontani: Cile, Argentina; e altri. Vi invito anche a leggere la seguente relazione di R.Kennedy jr: Perché gli arabi non ci vogliono in Siria. https://pace3016.com/2018/04/11/perche-gli-arabi-non-ci-vogliono/

Tante tragedie consumate, e questa ancora in corso. Siamo ancora in tempo per augurarci che non si consumi?

 

Potrei terminare qui, augurarvi buona lettura e salutarvi. Ma mi appello alla vostra pazienza perché voglio comunicarvi ancora due riflessioni.

 

1) Queste tragedie non hanno portato democrazia, benessere e pace; esse sono state e saranno sempre guerre, con o senza armi fumanti. Hanno portato sempre povertà, malattie, morte e devastazione: sono guerre! E allora possiamo considerare la seconda guerra mondiale come la chiusura di un’epoca, quella in cui le guerre avvenivano a causa di “controversie fra Nazioni”; ed erano dichiarate apertamente dai governi ed erano combattute con gli eserciti. Si potevano ancora distinguere i soldati dai civili, anche se entrambi vittime. Da allora, nel nuovo pianeta globalizzato, le controversie non riguardano più i confini ma gli interessi; e le guerre si combattono per “difendere gli interessi”; ed essi sono ovunque. Ovunque una Nazione, potente e dominante, consideri danneggiati i suoi interessi! (n.b.: questo è il concetto strategico aggiornato che tiene uniti gli Stati della NATO!)

Come difendere gli interessi? Da decenni è ormai consolidata una procedura che si ripete regolarmente ovunque. Delegittimare il governo (dittatura? comunismo? integralismo? ecc.) della nazione che si ritiene danneggi i “nostri interessi”; applicare sanzioni economiche fino al punto che la condizione della parte più povera della nazione divenga ancora più grave e insostenibile; favorire il sorgere di governi antagonisti a quello esistente e legittimo fino, eventualmente, alla guerra civile; e infine, minacciare e compiere una “opzione militare” dichiarata inevitabile. E finalmente, conseguito l’interesse, la democrazia è esportata!

 

2) Seconda riflessione. Rileggo l’Articolo 11 della nostra Costituzione:

“L’Italia ripudia la guerra come mezzo di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; ecc.”

Mi chiederete che c’entri la nostra Costituzione con le vicende che accadono in altri paesi. C’entra perché la nostra Costituzione è l’espressione della nostra coscienza civile. C’entra perchè noi, purtroppo, continuiamo a guardare le vicende delle nazioni con un concetto di guerra adeguato al tempo passato e non vediamo le guerre che si consumano oggi in modi nuovi. Il nostro concetto di guerra è ancora legato all’immagine del cannone! E crediamo che finchè non c’è il cannone non c’è la guerra!

Anche se gli eserciti non sono mobilitati, non possiamo non chiamare guerra le interferenze verso uno Stato che procurano povertà e morte indistintamente e diffusamente; le sanzioni economiche che provocano carenza di medicinali e quindi la morte dei malati, e/o che provocano carestia di cibo e quindi morte per cattiva e scarsa nutrizione equivalgono a un bombardamento. Non sono semplicemente sanzioni, sono guerra! Chi ripudia la guerra come può tollerare le sanzioni?

E rifletto che i concetti di “guerra” e di “controversie internazionali” espressi nel contesto di settanta anni fa non sono adeguati al contesto geopolitico ed economico del mondo globalizzato. Oggi siamo passati dalle controversie agli interessi! Cioè non esistono controversie per i confini, o per qualche altra circostanziata questione, ma esistono, da parte della nazione dominante, pratiche per una “difesa” unilaterale dei propri interessi. Nel corso di una controversia è possibile discutere e anche trovare una mediazione; la difesa dei propri interessi è invece unilaterale e senza discussione. I dominanti impongono i loro interessi, non li discutono.

Quindi ritengo che a questo nuovo concetto e nuova pratica della guerra occorre costruire un nuovo concetto di pace. Costruirlo innanzitutto nella nostra coscienza e poi esprimerlo nella nostra Costituzione e nelle relazioni con altri popoli. Perciò ritengo necessario premettere nell’Articolo 11 un’altra dichiarazione accanto a quella storica:

L’Italia riconosce e rispetta l’autonomia politica degli altri popoli, le loro risorse economiche, la loro organizzazione sociale e i loro valori culturali.

Nelle relazioni con gli altri popoli l’Italia ripudia le sanzioni economiche e la guerra. ecc.”

 

A tutte e a tutti Pace e Bene!

 

Mario Cucchi

nonno.nuvola@tin.it

www.pace3016.com

 

Varese 09.03.2019

 

 

 

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...