milleanni non è mai

Consapevolezza e responsabilità

Pace3016-994/1 

Tutti noi adulti siamo anche genitori.

Due cose lasceremo ai nostri figli: questa terra e questa società.

Come gliele vogliamo lasciare?

Care Amiche e Cari amici,

     Un giorno ho proposto al mio sindaco di istituire un assessorato per la pace. La sua risposta è stata pronta e convinta: “Ma tutto quello che noi facciamo è già per la pace!” Risposta semplice e chiara! Essa rivela la convinzione diffusa che noi già viviamo in pace (da 70 anni!) e che il mantenerla è tutto quello che possiamo e dobbiamo fare. Mantenerla è il nostro compito e riteniamo che fin’ora lo abbiamo svolto a sufficienza; quello che quotidianamente abbiamo fatto (nella famiglia, nella professione, nella amministrazione, nella politica) è stato sufficiente; ha mantenuto la pace. Che altro dovremmo fare?

Eppure, tutti constatiamo che:

. vi sono varie guerre in atto  

. altre guerre le temiamo e contemporaneamente ci prepariamo a combatterle (esercitazioni periodiche, scenari ipotetici, ecc.)

. la spesa degli Stati per la corsa agli armamenti di aggressione cresce continuamente sottraendo risorse e vite umane al benessere della convivenza umana.

     Siamo dunque in una contraddizione: come si concilia la nostra convinzione di vivere nella pace e di esserne meritevoli con la presenza della guerra? La risposta è sicuramente complessa e non ho la presunzione di rispondere esaurientemente con la riflessione che segue; ma cercare di rispondere è un dovere!

Consapevolezza e responsabilità

La riflessione che vi espongo ora mi è stata stimolata da un concetto che S.Zamagni espone in un suo scritto recente.

     Egli illustra il concetto di una responsabilità personale “forte” secondo il quale un soggetto non deve limitarsi a considerarsi responsabile solamente degli aspetti di legittimità, di legalità, di penalità della sua azione, ma deve “avere cura” del senso e dell’esito delle sue azioni, non solo nella dimensione della prossimità (qui, ora, famiglia, mio lavoro) ma anche in quella ampia, cioè sociale e ambientale ed etica. Mi permetto di semplificare enormemente le argomentazioni dell’Autore considerando un esempio che, fra le altre argomentazioni, propone lui stesso: consideriamo il modello della organizzazione scientifica del lavoro (Taylorismo): il comportamento del singolo è inserito in una catena di montaggio nella quale ognuno compie solamente un piccolo gesto, nessuno costruisce il prodotto finale, anzi esso può essere addirittura ignorato dal singolo, ma tutti, ognuno con il suo piccolo interventocostruiscono il prodotto finale; nessun singolo lo ha prodotto, ognuno è responsabile solo della propria azione, di come ha compiuto la propria mansione, di come ha avvitato il bullone a lui affidato! Se il mio bullone costruisce un’auto o un carro armato non dipende da me, non è mia responsabilità. La manifestazione estrema di questa responsabilità limitata è l’obbedienza militare: “Ho eseguito un ordine”. Una responsabilità che deresponsabilizza.

     L’autore ritiene che il modello del taylorismo abbia plasmato il comportamento dell’individuo moderno fino ai nostri giorni, sia sul lavoro sia fuori dalla situazione lavorativaNon solo il comportamento, ma anche le aspirazioni e i valori.

– S.Zamagni: RESPONSABILI. Come civilizzare il mercato. Il Mulino 2019

     Mi permetto di illustrare il concetto dell’Autore con un altro esempio. Possiamo pensare a una situazione diffusissima oggi, l’uso dell’auto. Di cosa siamo noi consapevoli e responsabili quando usiamo la nostra auto? Di girare la chiave di accensione, e di gestire altri limitatissimi comandi. Ma quando noi usiamo l’auto non siamo responsabili soltanto della gestione di questi comandi (e dell’osservanza del codice stradale), ma anche di altro: di come le materie prime sono state estratte, trasportate, trasformate in componenti della nostra auto; di chi ha organizzato e di chi ha eseguito tutto il lavoro necessario per procurare la mia auto bella comoda potente ecc.; e infine, il carburante (o altra energia) senza il quale non sarebbe una “auto-mobile”La mia auto è tutto questo; non è “mia” solamente perchè l’ho pagata io. Eppure se la mia etica si ispirasse al concetto di responsabilità tayloristica mi permetterebbe di pensarlo e di sentirmi nel giusto.

     Ma oggi siamo consapevoli che questo concetto non basta. E le ragioni sono facilmente comprensibili. Ci sono tanti fatti che lo dimostrano: la globalizzazione commerciale-economica e tecnologica, la diffusione delle conoscenze, la disponibilità e la limitatezza delle risorse naturali, ecc. Non è più il tempo, ad esempio, in cui un imprenditore (o un capofamiglia) possa sentirsi meritevolmente responsabile del successo della sua azienda (o per il benessere della propria famiglia), ma non responsabile dell’impatto ecologico provocato. 

     Occorre quindi riferirsi, al concetto di “responsabilità forte” o ampia: comprendere che la mia auto è ricchezza materiale (e patrimonio sociale culturale tecnologico) che è stata affidata a me, ma sottraendola a tutti gli altri. Ovviamente questo non vale solo per l’automobile, ma anche per il computer, il cellulare, ecc.

     Ma soprattutto vale per una realtà importantissima e fondamentale per la convivenza umana: la pace. Dobbiamo abbandonare il modello tayloristico, di pensare cioè che ognuno di noi è responsabile solamente della sua piccola vita quotidiana: la salute, la famiglia, il lavoro, il riposo, ecc. Occorre che impariamo ad immaginare che le nostre decisioni costruiscono la pace, oppure no. Se la pace non è una nostra consapevole aspirazione, un nostro sogno, non troveremo mai il percorso concreto e graduale per realizzarla. La pace cresce nella nostra volontà, attraverso le nostre decisioni consapevoli e responsabili, sia nella dimensione personale sia nella dimensione civile e politica!

     Concludo citando questa metafora che ci è stata tramandata dal medioevo. Un Abate decise un giorno di fare visita al cantiere della sua erigenda cattedrale. Fu colpito a vedere il lavoro degli spaccapietre, gli operai di livello più basso. Chiese a uno odi essi: “Cosa stai facendo?”. E l’operaio rispose: “Sto spaccando le pietre, come vedi”. Passò oltre e chiese anche a un altro spaccapietre: “Cosa stai facendo?”. Lo spaccapietre rispose: “Sto guadagnando il vivere per la mia famiglia”. Non soddisfatto, chiese di nuovo a un terzo spaccapietre: “Cosa stai facendo?”. Lo spaccapietre rispose: “Sto costruendo la cattedrale!

E noi, stiamo costruendo la pace?

Mario Cucchi

nonno.nuvola@tin.it

www.pace3016.com

Varese 27.03.2022

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