milleanni non è mai

UGUAGLIANZA E PACE

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Tutti noi adulti siamo anche genitori.

Due cose lasceremo ai nostri figli: questa terra e questa società.

Come gliele vogliamo lasciare?

Care Amiche e Cari Amici,

nell’ultima riflessione che vi ho inviato sulla pace (23.01.2017), ho scritto che la pace non potrà realizzarsi senza la giustizia. Le ho immaginate come una stella binaria. Noi la percepiamo come una luce sola, ma in realtà la luce proviene da due sorgenti.

L’essenza della riflessione che mi ha portato a ritenere che la pace non può esistere senza la giustizia la posso sintetizzare così: la pace non è solamente assenza di guerra, ma è il risultato complessivo di una società in cui le persone hanno costruito una condizione diffusa, inclusiva e stabile di benessere o di ben vivere, e perciò non vi sono cause scatenanti conflitti e guerre. Quindi: non solo pace, ma giustizia e pace.

Ora vi presento una seconda riflessione: può la giustizia, o precisamente il nostro concetto e la nostra pratica della giustizia, costruire quella condizione diffusa, inclusiva e stabile di benessere che è condizione essenziale per la pace? Quale idea, quale definizione, quale pratica abbiamo noi della giustizia? Quale ne hanno i politici e gli amministratori cui affidiamo le sorti della nostra comunità?

Pur ammettendo che ogni essere umano ha dentro di sé un riferimento ideale per valutare se una situazione o una azione sia giusta o non giusta, tuttavia tutti siamo in grado di constatare che le valutazioni nelle situazioni reali sono molte e diverse. Sembra che la giustizia si manifesti tramite criteri soggettivi. E’ possibile ricercare e trovare un riferimento o un criterio oggettivo o inerente alla realtà che sia la base o la guida per le nostre valutazioni? Quanto segue è la mia riflessione per contribuire a ricercare una risposta a questo problema.

La giustizia secondo la soggettività.

Chi ritiene giusta una condanna e chi una assoluzione, chi ritiene giusta la divisione di un bene in parti uguali e chi non la ritiene giusta, chi ritiene giusta una punizione e chi no, chi si appella alle leggi della società e chi alla legge naturale, chi si affida alla giustizia umana e chi invoca la giustizia divina, ecc. Sembra proprio che ognuno abbia mangiato il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, cioè del giusto e del non giusto.

 

La giustizia secondo le leggi.

Sono le leggi il criterio della giustizia? Il nostro comportamento è giusto quando è conforme alla legge? A volte siamo convinti che lo sia e a volte che non lo sia. Purtroppo constatiamo che ogni società si è data leggi proprie, per cui se la giustizia fosse conformarsi alle leggi ne deriverebbe che un comportamento sarebbe giusto secondo una legge ma non secondo l’altra. Altro problema evidente a tutti è che le leggi esprimono il potere di qualcuno, cioè di un vincitore (nei regimi autoritari) o di una maggioranza (nei regimi democratici), sugli altri. Purtroppo conosciamo troppi esempi di giustizia imposta dal vincitore tramite leggi, tribunali, trattati, ecc.

Considerando le singole leggi nelle singole società possiamo paragonare la ricerca della giustizia alla costruzione della biblica Torre di Babele, un’opera in cui i costruttori purtroppo persero la capacità di capirsi fra loro. Riusciremo, noi oggi, a costruire la giustizia tramite le leggi?

La giustizia secondo il diritto.

Se cerchiamo una definizione di giustizia a livello più universale possiamo ricordare la famosa definizione di Eneo Domizio Ulpiano: «Iustitia est constans et perpetua voluntas ius suum cuique tribuendi. Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere alterum non laedere, suum cuique tribuere.» (Trad. “La giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo”).

E’ facile esprimere consenso su questa definizione, ma mi permetto una osservazione: se giustizia è attribuire a ciascuno il suo, ne deriva che sarebbe quindi giusto lasciare la ricchezza ai ricchi, la povertà ai poveri, il potere ai potenti e la sudditanza a tutti gli altri, ecc. Cioè le nostre società sarebbero già giuste così come sono!

 

La giustizia nella storia dell’umanità.

Nel tempo il nostro criterio di giustizia è cambiato su molte situazioni e su molti rapporti sociali. Alcuni esempi: abbiamo ritenuto giusta la sottomissione della donna all’uomo; abbiamo ritenuto giusta la schiavitù; abbiamo ritenuto giusto fare guerre accampando i più svariati pretesti; abbiamo ritenuto giusto il dominio di un popolo su un altro, ecc.

Ora non riteniamo più giuste queste convinzioni. Perchè? Cosa ci ha fatto cambiare valutazione su questi rapporti sociali? Solo una risposta può essere esauriente: perché abbiamo compreso che l’uomo e la donna sono uguali; che lo schiavo e il padrone sono uguali; che la guerra uccide uomini uguali; che le persone di un popolo sono uguali a quelle di un altro popolo. Cioè abbiamo compreso che siamo esseri umani uguali. Dal riconoscimento di questa uguaglianza è scaturita nel corso del tempo l’evoluzione delle nostre convinzioni sul giusto o sul non giusto: quindi è l’uguaglianza il fondamento della giustizia. Il nostro concetto e la nostra pratica della giustizia sono mutati prendendo gradualmente coscienza dell’uguaglianza degli esseri umani. Giustizia è presa di coscienza dell’uguaglianza.

L’uguaglianza E’.

L’uguaglianza è la posizione del reale, cioè è la realtà in cui siamo. C’è anche prima che la singola persona ne prenda coscienza. Essa non deriva dalla coscienza di un individuo, e l’individuo può solo prenderne coscienza. Su questa realtà sono collocati gli individui, cioè i tanti IO che compongono l’umanità. Essi costituiscono la relazione globale nella quale ogni IO è in relazione con il TU in una relazione duplice e simultanea, cioè sia con il singolo TU sia con il TU collettivo. L’IO e il TU COLLETTIVO costituiscono la globalità. Ogni IO è il centro della globalità, ma non è IO senza il TU COLETTIVO.

L’uguaglianza è quindi una relazione IO-TU. E’ qui, è ora. E’ evidente, non è incerta. Ecco perché ritengo che l’uguaglianza sia il fondamento che può condurre le comunità degli esseri umani alla giustizia e alla pace. In qualunque momento e luogo della storia dell’umanità l’uomo è uguale all’altro uomo, l’IO è uguale al TU! E l’uguaglianza essenziale di tutti gli esseri umani è la loro vita. Essi vivono. L’uguaglianza è universale, è reale, tutti nasciamo uguali, non è necessario impegnarsi per diventare uguali. L’uguaglianza è la condizione perennemente presente e adeguata per realizzare la pace! Qui e ora!

L’uomo sceglie.

L’uomo può prendere coscienza dell’uguaglianza, accettarla e scegliere di vivere nella uguaglianza IO-TU. Accetta di vivere con il TU. Ma l’uomo può anche non prenderne coscienza, oppure può prenderne coscienza ma non riconoscerla: può rifiutarla, può non accettare di vivere nella uguaglianza. Non accetta di vivere con il TU. Ecco come l’uomo crea la disuguaglianza. Il reale pone l’uguaglianza, l’uomo sceglie tra uguaglianza e disuguaglianza.

Perchè l’IO può non riconoscere l’uguaglianza posta dalla realtà? Non la riconosce perché non accetta la sua situazione di essere mortale e vuole vivere più a lungo possibile, più a lungo del suo TU; vuole più vita e per realizzare questo obiettivo assume verso il suo TU una posizione di potere che può essere esercitata in due modi: o sulla sua persona, nella dimensione fisica e psicologica, o sui beni materiali che sono di supporto alla sua vita. L’IO si appropria della maggior quantità possibile di beni materiali nella speranza che essi siano utili per prolungare la sua vita. Esclude il TU, si separa dal TU. Ecco come l’uomo crea la proprietà. L’origine della proprietà è il rifiuto della uguaglianza esercitato attraverso il potere sui beni materiali.

Forse siamo più propensi a pensare che sia la proprietà a creare la disuguaglianza; ma forse no, perchè la disuguaglianza, in quanto è attribuirsi una posizione di potere, sta prima nella coscienza, poi si realizza nella relazione e tramite il potere sui beni materiali, cioè la proprietà. Rousseau coglie con profonda sensibilità questo significato nel gesto del primo uomo che ha escluso tutti gli altri dalla fruizione dei beni di quella porzione di terreno che egli ha recintato, e lo chiama “impostore” che è una qualità morale, cioè della coscienza.

Beni comuni.

E’ innegabile che la nostra società sia fondata sulla disuguaglianza e sulla proprietà ed è altrettanto evidente che non ha realizzato la pace e che non ci condurrà ad essa. Per realizzare la pace occorre prendere coscienza della uguaglianza ed accettarla; occorre non appropriarsi dei beni materiali, ma fruirli in comune, nell’uguaglianza. Non proprietà privata, ma beni comuni.

La condizione originaria di tutti i beni materiali è di essere beni comuni! Utili a sostenere la vita di tutti. Una vita uguale di tutti. Occorre riportare i beni materiali nella loro posizione originaria di beni comuni, nella loro funzione originaria di sostenere con uguale possibilità la vita di ognuno.

Non solo riflessioni.

Riflettere. Comprendere. Convincersi. Condividere tutti i propri pensieri con gli altri. E poi? Non basta!

Esprimiamo in tutte le occasioni e in ogni forma il nostro impegno personale, civile e politico.

Ricordiamolo: non è Dio che ci manda la guerra, non è Dio che ci manda la pace. Entrambe dipendono unicamente dalla nostra scelta.

Varese 20.12.2017                                           Mario Cucchi

nonno.nuvola@tin.it

www.pace3016.com

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